Crisi Evergrande: rischio sistemico?

Crisi Evergrande: rischio sistemico?

La notizia che Evergrande, uno dei maggiori costruttori immobiliari cinesi, ha fatto richiesta negli Stati Uniti per la protezione del Chapter 15, un capitolo della legge fallimentare statunitense relativo alle aziende non americane, ha intimorito non poco gli investitori. La società era però già sotto osservazione visto che aveva fatto default nel dicembre 2021 quando non riuscì ad onorare i suoi debiti denominati in dollari. Da quel momento, Evergrande ha avviato una lunga e complessa operazione di ristrutturazione delle passività sebbene le problematiche continuino a rimanere spinose per tutto il settore immobiliare cinese. Infatti, altri costruttori del Paese restano in grosse difficoltà e ritardano a pagare gli interessi maturati sui debiti. Tra questi, Country Garden, un altro gigante del comparto, ha già saltato due tranche di pagamenti, sebbene abbia tempo per saldarli fino a settembre. Il debito di quest’ultimo ammonta a ben 1,4 trilioni di yuan ($191,7 miliardi) ma è inferiore a quello di Evergrande, che rimane il più indebitato al mondo con $330 miliardi, di cui circa $19 miliardi denominati in valuta estera. Anche le notizie sui mancati pagamenti di Zhongrong International Trust, legati ad alcuni prodotti di investimento nel settore dello shadow banking, incrementano le preoccupazioni degli investitori.

Nel breve termine le difficoltà del settore immobiliare cinese non accennano a calmierarsi e rischiano di minare le possibilità di ripresa dell’intera economia del Paese, già alle prese con una debole domanda interna e un accenno di deflazione. Alla luce di tutto ciò, gli operatori più pessimisti cominciano a pensare ad un allargamento della crisi su scala globale. Infatti, più della metà delle nuove vendite di abitazioni e immobili commerciali avviene in Cina, mentre il comparto, che contribuisce per circa il 20% al Pil del Paese, ha un valore stimato in $62 trilioni. Inoltre, il rapporto di non-performing loans nelle banche cinesi è schizzato dall’1,9% nel 2020 al 4,4% alla fine del 2022. Il rischio di un “Lehman moment” resta un’ipotesi reale anche se negli ultimi anni molti investitori internazionali hanno ridotto la propria esposizione verso il settore. Le azioni delle società immobiliari cinesi hanno perso circa il 90% del proprio valore mentre i bond off-shore quotano a pochi centesimi di dollaro a causa della ritrosia degli investitori verso il mattone e alla riduzione della liquidità. A seguito delle difficoltà, il governo cinese ha annunciato azioni a sostegno dell’economia del Paese a partire da una riduzione del tasso di interesse a breve termine che lunedì scorso è stato abbassato di 10 punti base fino al 3,45%. La crisi del settore immobiliare lascia credere che la ripresa cinese sarà più lenta di quanto previsto mentre le possibilità di un effetto domino su scala internazionale restano, per il momento, remote.

 

Fonti: NS Partners, Reuters, Bloomberg (grafico), Moody’s

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 25.08.2023

  1. Panoramica macro
  2. Crisi Evergrande: rischio sistemico?
  3. L’OPEC+ spinge il petrolio, quali prospettive per l’inflazione

 

 

 

 

Disclaimer

Le performance passate non sono in nessun caso indicative per i futuri risultati. Le opinioni, le strategie ed i prodotti finanziari descritti in questo documento possono non essere idonei per tutti gli investitori. I giudizi espressi sono valutazioni correnti relative solamente alla data che appare sul documento. Questo documento non costituisce in alcun modo una offerta o una sollecitazione all’investimento in nessuna giurisdizione in cui tale offerta e/o sollecitazione non sia autorizzata né per nessun individuo per cui sarebbe ritenuta illegale. Qualsiasi riferimento contenuto in questo documento a prodotti finanziari e/o emittenti è puramente a fini illustrativi, ed in nessun caso deve essere interpretato come una raccomandazione di acquisto o vendita di tali prodotti. I riferimenti a fondi di investimento contenuti nel presente documento sono relativi a fondi che possono non essere stati autorizzati dalla Finma e perciò possono non essere distribuibili in o dalla svizzera, ad eccezione di alcune precise categorie di investitori qualificati. Alcune delle entità facenti parte del gruppo NS Partners o i suoi clienti possono detenere una posizione negli strumenti finanziari o con gli emittenti discussi nel presente documento, o ancora agire come advisor per qualsiasi degli emittenti stessi. I riferimenti a mercati, indici, benchmark, cosi come a qualsiasi altra misura relativa alla performance di mercato su uno specifico periodo di riferimento, sono forniti esclusivamente a titolo informativo.  Il contenuto di questo documento è diretto ai soli investitori professionali come definiti ai sensi della direttiva Mifid, quali banche, imprese di investimento, altri istituti finanziari autorizzati o regolamentati, imprese di assicurazione, organismi di investimento collettivo e società di gestione di tali fondi, i negoziatori per conto proprio di merci e strumenti derivati su merci, soggetti che svolgono esclusivamente la negoziazione per conto proprio su mercati di strumenti finanziari e che aderiscono indirettamente al servizio di liquidazione, nonché al sistema di compensazione e garanzia; altri investitori istituzionali, agenti di cambio e non è da intendersi per l’uso di investitori al dettaglio. Accettando questi termini e condizioni, l’utilizzatore conferma e comprende che sta agendo come investitore professionale o suo rappresentante e non come investitore al dettaglio. Informazioni aggiuntive disponibili su richiesta

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Inflazione, tensioni geopolitiche e scenari futuri

Inflazione, tensioni geopolitiche e scenari futuri

La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi d’interesse di 25 punti base, portando il tasso sulle MRO, le operazioni di rifinanziamento delle banche commerciali, al 4%. Questo è il sesto dei rialzi della BCE, iniziati quando il tasso era allo 0,50%. La politica monetaria restrittiva ha come obiettivo la discesa dell’inflazione, che minaccia la crescita economica riducendo il potere d’acquisto della popolazione. A maggio l’inflazione core dell’Eurozona, che esclude i prezzi volatili di beni alimentari ed energetici, era al 5,3%, rispetto al 5,6% di aprile (grafico sotto rappresentato). La crescita dei prezzi è diminuita più delle aspettative, ma rimane troppo elevata dato il target a medio termine del 2%, anche se la BCE tollera un’inflazione moderatamente sopra a tale target nei periodi di transizione. L’Istituto ha anche ricordato che non ci sono ancora indicatori che dimostrino che l’inflazione core abbia raggiunto il picco. Negli Stati Uniti invece, dopo dieci rialzi dei tassi dal 2022, la Federal Reserve ha lasciato i tassi invariati, nell’intervallo tra 5% e 5,25%. L’indice dei prezzi al consumo nel Paese è arrivato al 4%, ma anche in questo caso l’inflazione è ancora sopra il target, inducendo molti investitori a prevedere altri due rialzi nel 2023.

Negli Stati Uniti, la crescita dei prezzi è stata causata principalmente dalla domanda: gli stimoli fiscali emessi dal governo per la pandemia hanno incrementato i livelli di reddito disponibile per i consumatori. D’altro canto, nell’Unione Europea l’inflazione è stata causata soprattutto dagli shock alle catene di approvvigionamento provocati dalla pandemia, e dal rialzo dei costi dell’energia causato dalla guerra in Ucraina. Invece di assorbire i costi nei propri margini di profitto, le aziende hanno trasmesso in molti casi i rincari ai consumatori. Gli sforzi delle banche centrali non hanno ancora frenato gli effetti di questi fenomeni, con particolare difficoltà nel ridurre l’inflazione core. I prezzi dell’energia sono diminuiti rispetto al 2022, abbassando i costi della manifattura, ma i prezzi dei servizi stentano a rallentare. Questo viene causato dalla crescita dei salari, il costo principale delle aziende del settore. L’economia potrebbe entrare in una spirale complessa da fermare. Inoltre, il quadro normativo del mercato del lavoro, particolarmente quello europeo, è rigido. Anche le tensioni geopolitiche aumentano le pressioni inflazionistiche. Di recente, la Opec+ ha deciso di ridurre la produzione di petrolio. Se i tagli verranno estesi o aumentati, il rincaro stimolerà l’inflazione. Inoltre, la guerra in Ucraina ha causato la distruzione di una diga, allagando terreni agricoli e mettendo fuori uso vari sistemi di irrigazione, il che alzerà i prezzi degli alimenti con il rincaro del grano. La trasmissione efficace della politica monetaria richiede che i tassi d’interesse elevati diminuiscano i prestiti alle aziende e ai consumatori, riducendo la domanda, gli investimenti e i consumi. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, le banche centrali devono far fronte ai rischi dei rialzi dei tassi: instabilità del sistema finanziario e recessione. Il primo è sormontabile, dato che quando ci sono stati i crolli delle banche regionali negli Stati Uniti e di Credit Suisse in Svizzera i regolatori sono intervenuti, stabilizzando la situazione. La recessione pone più problemi, influenzando sia l’intera economia domestica che quella di altri Paesi. Per esempio, la riduzione delle importazioni cinesi da parte di UE e US, sia per tensioni geopolitiche che per una riduzione dei consumi, ha contribuito al rallentamento dell’economia cinese e alla conseguente decisione della banca centrale di tagliare i tassi d’interesse. L’Eurozona è già entrata in recessione tecnica (una contrazione del PIL per due trimestri consecutivi) e la BCE ha abbassato le previsioni di crescita allo 0,9% per il 2023, ma la banca centrale non fermerà i rialzi finché l’inflazione non sarà ridotta. Alcuni analisti pensano che gli Stati Uniti abbiano terminato il loro ciclo di rialzi, dati i rischi economici e finanziari. Ad ogni modo, la maggior parte degli investitori si aspetta che la Fed continui la sua politica monetaria restrittiva. I mercati non prevedono più che ci siano tagli ai tassi nel 2023. Cosa accadrà a lungo termine? Secondo Draghi, le tensioni geopolitiche e l’inflazione rimarranno elevate. La politica monetaria restrittiva ridurrà l’inflazione a breve termine, ma i prezzi non torneranno ai livelli del passato. Innanzitutto, il re-shoring, ovvero il trasferimento della produzione nei confini nazionali o in Paesi alleati, incrementerà i prezzi. Le aziende accetteranno costi più elevati per avere una maggiore affidabilità delle catene di fornitura. Questo, insieme alla transizione energetica, esigerà un incremento della capacità produttiva e della spesa pubblica. L’inflazione creata richiederebbe tassi più alti rispetto al periodo pre-pandemia. Il tutto abbasserà la crescita economica potenziale nei prossimi anni, che tornare ad aumentare solo se ci saranno innovazioni dirompenti.

Quale sarà l’effetto sui mercati? Negli Stati Uniti il range dei tassi era 1,50% – 1,75% e di conseguenza il costo del rimborso del debito era molto basso, stimolando investimenti e consumi. Oggi invece il rialzo dei tassi aumenta la difficoltà di ottenimento del credito che, insieme ai rischi di recessione, rende più interessanti i settori difensivi (in particolare Healthcare). Si osservi che la performance dello S&P 500 è attribuibile quasi solamente alle prime 10 aziende per capitalizzazione, appartenenti per la maggior parte al settore tech con multipli elevati (grafico sopra rappresentato). Invece in Europa vediamo come il settore del lusso, in grado di alzare i prezzi senza diminuire eccessivamente le vendite, ha performato bene. Inoltre, il settore assicurativo non è impattato negativamente dai rialzi dei tassi, non avendo generalmente livelli elevati di debito nei bilanci. A lungo termine, i trend principali rimarranno comunque digitalizzazione e transizione energetica, che impatteranno significativamente su svariati settori, come materiali, industria, energia e tecnologia.

 

 

Fonti: NS Partners, Mario Draghi MIT Speech, Wall Street Journal, Bloomberg, The New York Times

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 16.06.2023

  1. Panoramica macro
  2. Inflazione, tensioni geopolitiche e scenari futuri

 

 

 

 

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La riapertura cinese e l’inflazione

La riapertura cinese e l’inflazione

Se nel 2022 il Pil cinese è cresciuto del 3%, segnando una delle performance più deboli degli ultimi 10 anni (a causa soprattutto degli effetti della politica zero Covid, del crollo del settore immobiliare e di una debole domanda estera), lo stesso non si potrà dire per il 2023. Con la riapertura del Paese, grazie a una serie di norme introdotte a dicembre, l’economia del Dragone dovrebbe tornare a crescere in maniera più significativa rispetto all’anno appena trascorso (il Politburo ha stimato una crescita del Pil del 5%). Ma quale potrebbe essere l’impatto di questa apertura sull’inflazione? La risposta a tale domanda è tutt’altro che semplice. Per molti analisti la riapertura della Cina potrebbe essere “inflazionistica” per via di un aumento dei consumi, di una possibile carenza del personale e per un incremento della volatilità dei prezzi delle materie prime.  Innanzitutto a causa dei continui lockdown degli ultimi tre anni, le famiglie cinesi hanno ora molto denaro nei loro conti correnti. Questo tesoro è stimato a 14,8 trilioni di RMB. Di conseguenza, una domanda repressa, i tassi sui mutui e sui prestiti a livelli bassi e l’elevato risparmio potrebbero stimolare di nuovo i consumi.

Valore totale dei conti correnti delle famiglie cinesi (2016-2022)

Inoltre, nel Paese asiatico il mercato del lavoro potrebbe essere interrotto da nuove ondate di Covid. Uno studio ha mostrato che con i vaccini cinesi Sinovac e Sinopharm (i più somministrati in Cina), rispetto a quelli occidentali, si ha il doppio delle possibilità di riammalarsi di Covid-19. Con queste premesse, alcuni analisti stimano che, a seguito dell’allentamento delle politiche zero-Covid e con i festeggiamenti del Capodanno cinese, i casi di nuovi positivi potrebbero tornare a crescere. Le aziende, in particolare quelle manifatturiere, dovrebbero così cercare nuovo personale per coprire le assenze per malattia. Ciò renderebbe il mercato del lavoro molto instabile e di conseguenza si verificherebbero problemi legati all’offerta (quest’ultima potrebbe non tenere il passo della domanda). Infine l’esplosione del gasdotto Nordstream e le continue sanzioni da parte dell’Occidente contro la Russia hanno reindirizzato verso la Cina l’esportazione del petrolio russo. La Cina sta avendo un vantaggio in quanto può acquistare petrolio a prezzi scontati rispetto a quelli mondiali. Questo vale anche per tutte le materie prime, ma poiché la Russia ne è il più grande esportatore al mondo e la Cina il più grande importatore, i prezzi delle materie prime potrebbero essere più volatili. Secondo altri analisti, invece, i benefici che si otterranno a favore delle supply chain faranno in modo che la riapertura non farà surriscaldare l’economia e con la riduzione dei colli di bottiglia i prezzi calerebbero. Si veda infatti come dal culmine della pandemia, quando i noli marittimi erano aumentati fino a 10 volte, i flussi di traffico nei porti si stiano normalizzando. Dunque ancora non è ben chiaro quale sarà l’impatto della riapertura cinese, ma potrebbe essere uno degli eventi macroeconomici più importanti di questo 2023.

Fonti: Gavekal Research, Statista,J.P.Morgan, NS Partners

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 27.01.2023

  1. Panoramica macro
  2. La riapertura cinese e l’inflazione
  3. Il futuro dei computer quantistici

 

 

 

 

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La finanza e il cambiamento climatico

La finanza e il cambiamento climatico

Il clima sta cambiando e si verificano con frequenza sempre maggiore fenomeni meteorologici estremi, come alluvioni o lunghi periodi di siccità. Questi eventi condizionano profondamente l’economia e il benessere dei cittadini, con ricadute dirette anche in ambito finanziario. Infatti, un’economia cresce nel lungo periodo se a crescere è la produttività. Quest’ultima aumenta i redditi, quindi la domanda e l’offerta. Se l’economia cresce, e il suo PIL aumenta, a giovarne sono anche gli asset finanziari, in particolare il mercato azionario. Gli analisti stimano che gli effetti del cambiamento climatico ridurranno tra l’11% e il 14% la produzione economica globale entro il 2050 rispetto ai livelli di crescita senza cambiamenti climatici. Ciò equivale a ben $23.000 miliardi di riduzione della produzione economica globale annua.

Grado di vulnerabilità al cambiamento climatico nel mondo

Ma perché esiste un legame tra cambiamento climatico e prezzi azionari? In primo luogo, lo “stravolgimento” del clima, determina un incremento della volatilità degli eventi atmosferici: diventerà sempre più difficile prevedere il comportamento del clima. Tra i settori che potrebbero essere più influenzati si trova quello alimentare. Agricoltura e allevamento, e tutti i mercati collegati, potrebbero ridurre la produzione: siccità prolungate distruggono raccolti, risorse idriche e tutto si estende all’intera economia e al consumatore finale. L’offerta potrebbe quindi diminuire e di conseguenza i prezzi delle azioni di tale settore potrebbero ridursi. Ad esempio, chi produce i semiconduttori fa un abbondante uso di acqua per pulire i wafer di silicio che vengono installati in ogni dispositivo elettronico. Pochi anni fa, una profonda siccità ha colpito il Taiwan, sede di TSMC (la più grande società di semiconduttori al mondo) e isola che detiene il 92% della capacità produttiva di semiconduttori, costringendola a ridurre in parte la produzione. Un altro settore che potrebbe osservare un corposo aumento dei costi è quello assicurativo. Eventi meteorologici estremi pesano ovviamente molto sui profitti delle compagnie assicurative. In conclusione, per un investitore è quindi fondamentale considerare nelle proprie scelte di investimento i rischi e gli scenari legati al cambiamento del clima. Diversificazione e visione di lungo termine sono essenziali per migliorare i propri investimenti in un mondo che cambia velocemente.

Fonti: investing.com, Reuters.com, Skytg24

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 13.01.2023

  1. Panoramica macro
  2. La finanza e il cambiamento climatico
  3. I bear market e la FED

 

 

 

 

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Inflazione, Banche centrali e tassi: cosa sta succedendo?

Inflazione, Banche centrali e tassi: cosa sta succedendo?

Con un 2022 all’insegna di performance negative, nelle ultime settimane i mercati sembrano essersi stabilizzati e sembrano aver riacquistato fiducia. La domanda che tutti gli investitori si stanno ponendo ora è se l’attuale fase negativa di mercato continuerà o se siamo arrivati alla fine del ciclo ribassista. Nonostante non sia facile dare una risposta certa, è interessante guardare gli ultimi dati.

Il primo elemento che fa ben sperare è il dato del PMI manufatturiero (Purchase Manager Index, i cui valori sopra il 50 anticipano un’espansione economica, valori sotto il 50 anticipano invece un calo della produzione industriale e in definitiva una contrazione del Pil). Negli ultimi 3 mesi tali letture sono risultate sistematicamente inferiori a 50 sia per l’Eurozona e sia per gli Usa. Gli operatori di mercato ora sono convinti che le Banche centrali, data ormai la certezza di una recessione, siano prossime a rallentare la propria politica restrittiva.

A questo dato si sono aggiunte le notizie incoraggianti sull’inflazione. Negli Usa nell’ultimo mese l’inflazione è rallentata, segnando un +7.7% (rispetto a +8.2% del mese precedente); inoltre si segnala una riduzione anche dell’inflazione “core”, aumentata del 6.3% (rispetto a +6.6% del mese precedente). Alla luce di tali dati Jerome Powell, nel discorso di mercoledì, ha dichiarato di poter cominciare ad avere un atteggiamento meno aggressivo nel rialzo dei tassi già a partire da dicembre (negli Stati Uniti i future sui Fed Funds indicano che il punto di arrivo dei tassi USA sarà intorno al 5%, con un aumento di 50 bps a dicembre). In Europa invece la situazione è ben più incerta. Il caro vita in UE è risultato in aumento del 10% nel mese di novembre, in calo rispetto al +10.7% del mese di ottobre. Tuttavia l’inflazione “core”, ovvero escludendo le componenti variabili di energia, alimenti e tabacco, è rimasta stabile al +5%; secondo la Bce occorrerà attendere almeno un altro trimestre per il picco massimo. Alla luce dell’ultimo discorso della Bce, anche il Vecchio continente è ormai pronto ad un allentamento della propria politica monetaria. Gli investitori hanno così ridotto le loro aspettative sul rialzo dei tassi terminali europei dal 3.2% al 2.9%. I dati quindi sono incoraggianti, tuttavia forse è ancora presto per parlare di un effettivo pivot da parte delle Banche centrali. I rischi infatti sono ancora tanti, dal mercato del lavoro che non sembra rallentare (il tasso di disoccupazione di novembre è rimasto invariato e pari a 3,7% in Usa), al rischio di un allargamento del conflitto tra Ucraina e Russia. Inoltre se l’UE riuscisse a passare più o meno indenne l’inverno, il problema energetico potrebbe essere spostato solo di un anno: nonostante i nuovi accordi di fornitura, essi potrebbero non essere sufficienti a sostituire per intero i quasi 140 mld di metri cubi di gas che storicamente l’Europa importa dalla Russia, con il rischio di non essere in grado di riempire gli stoccaggi entro l’inverno 2023-2024.

Fonti: tradingeconomics, usinflationcalculator.com

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 25.11.2022

  1. Panoramica macro
  2. Inflazione, Banche centrali e tassi: cosa sta succedendo?
  3. La transizione energetica risulta ancora troppo lenta

 

 

 

 

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L’oro ha protetto dall’inflazione?

L’oro ha protetto dall’inflazione?

L’oro tipicamente viene acquistato dagli investitori soprattutto nei momenti di forte instabilità del mercato e per questo viene definito come bene “rifugio”, ovvero un bene il cui valore intrinseco tende a non diminuire con l’incremento generale dei prezzi, ossia con l’inflazione. In questi ultimi mesi però il rialzo deciso dell’inflazione non è stato seguito da un contestuale aumento delle quotazioni dell’oro; esse, in realtà, sono scese in linea con l’andamento dei mercati. Ma perché questo? Il metallo giallo non dovrebbe apprezzarsi con l’inflazione? È bene ricordarsi però che l’oro dipende anche dal livello dei tassi di interesse reali. Ovviamente se essi aumentano, gli operatori preferiranno investire in titoli di stato o in altri asset collegati ai tassi di interesse, piuttosto che comprare oro. L’oro è infatti un asset che non produce rendimenti, come invece, ad esempio, un’obbligazione. Per tale motivo, il costo opportunità di detenere il metallo giallo aumenta con l’aumentare dei tassi di interesse. Se i tassi reali sono positivi, il costo opportunità di tenere oro sale e gli investitori lo “scaricano”.

Quotazione oro e tassi reali (rendimento decennale US), al 22.11.2022

La discesa dell’oro negli ultimi mesi è quindi dovuta al rialzo dei rendimenti reali negli Usa. La politica monetaria restrittiva messa in atto dalla Fed per combattere l’inflazione ha spinto al rialzo i rendimenti reali, facendo deprezzare le quotazioni del metallo prezioso. Risulta interessante notare, a prova di quanto detto sopra, come l’oro si sia apprezzato nelle ultime due settimane; ciò è in gran parte dovuto anche ad una possibile riduzione dei tassi da parte della Fed tra il 2023 e il 2024, visti i risultati soddisfacenti dell’inflazione americana ad ottobre. In conclusione, l’oro quindi non protegge dall’inflazione a prescindere dallo scenario macroeconomico. Acquistare oro solo come mera protezione dall’inflazione, senza comprenderne l’effettivo andamento, potrebbe essere controproducente per l’investitore di lungo periodo. Infatti se l’inflazione non dovesse scendere in modo rilevante nel breve termine, come atteso, i tassi reali potrebbero rimanere elevati e di conseguenza il metallo giallo potrebbe non essere un valido asset da tenere in portafoglio.

Fonti: NS Partners, Bloomberg

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 25.11.2022

  1. Panoramica macro
  2. Taiwan al centro del mondo
  3. L’oro ha protetto dall’inflazione?

 

 

 

 

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Le performance passate non sono in nessun caso indicative per i futuri risultati. Le opinioni, le strategie ed i prodotti finanziari descritti in questo documento possono non essere idonei per tutti gli investitori. I giudizi espressi sono valutazioni correnti relative solamente alla data che appare sul documento. Questo documento non costituisce in alcun modo una offerta o una sollecitazione all’investimento in nessuna giurisdizione in cui tale offerta e/o sollecitazione non sia autorizzata né per nessun individuo per cui sarebbe ritenuta illegale. Qualsiasi riferimento contenuto in questo documento a prodotti finanziari e/o emittenti è puramente a fini illustrativi, ed in nessun caso deve essere interpretato come una raccomandazione di acquisto o vendita di tali prodotti. I riferimenti a fondi di investimento contenuti nel presente documento sono relativi a fondi che possono non essere stati autorizzati dalla Finma e perciò possono non essere distribuibili in o dalla svizzera, ad eccezione di alcune precise categorie di investitori qualificati. Alcune delle entità facenti parte del gruppo NS Partners o i suoi clienti possono detenere una posizione negli strumenti finanziari o con gli emittenti discussi nel presente documento, o ancora agire come advisor per qualsiasi degli emittenti stessi. I riferimenti a mercati, indici, benchmark, cosi come a qualsiasi altra misura relativa alla performance di mercato su uno specifico periodo di riferimento, sono forniti esclusivamente a titolo informativo.  Il contenuto di questo documento è diretto ai soli investitori professionali come definiti ai sensi della direttiva Mifid, quali banche, imprese di investimento, altri istituti finanziari autorizzati o regolamentati, imprese di assicurazione, organismi di investimento collettivo e società di gestione di tali fondi, i negoziatori per conto proprio di merci e strumenti derivati su merci, soggetti che svolgono esclusivamente la negoziazione per conto proprio su mercati di strumenti finanziari e che aderiscono indirettamente al servizio di liquidazione, nonché al sistema di compensazione e garanzia; altri investitori istituzionali, agenti di cambio e non è da intendersi per l’uso di investitori al dettaglio. Accettando questi termini e condizioni, l’utilizzatore conferma e comprende che sta agendo come investitore professionale o suo rappresentante e non come investitore al dettaglio. Informazioni aggiuntive disponibili su richiesta

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L’inflazione americana fa ben sperare

L’inflazione americana fa ben sperare

Nel mese di ottobre l’inflazione degli Stati Uniti, misurata dall’indice dei prezzi al consumo (CPI), è salita del 7,7% su base annua, ad un ritmo inferiore rispetto al rialzo del +8,0% atteso e anche rispetto al +8,2% di settembre. Il dato è stato caratterizzato da un rallentamento dei prezzi dell’energia, delle merci e degli alimentari; essi nell’ultimo mese sono saliti rispettivamente dell’1,32%, dell’1,05% e dell’1,53% su base annua. Inoltre, oltre a un rallentamento dei prezzi dei beni di base, i più sensibili a una riduzione dei tassi (ad esempio le macchine), sono scesi anche i prezzi delle assicurazioni sanitarie. Non c’è ancora tuttavia un rallentamento del principale catalizzatore dell’inflazione Usa, ovvero i servizi; essi infatti nel mese di ottobre sono saliti del 3.90% rispetto un +3.88% del mese di settembre.

Andamento Inflazione core (PCE) in Usa e previsione

Il dato positivo sull’inflazione negli Stati Uniti ha provocato un effetto molto eloquente sui mercati finanziari. Infatti, gli operatori credono che il peggio sia ormai passato e che l’indice dei prezzi al consumo si sia avviato verso una traiettoria discendente. Cosa potrebbe voler dire ciò? Gli operatori finanziari sono ora ancora più convinti che la Federal Reserve si manterrà meno aggressiva nelle prossime riunioni con un probabile rialzo da 50 punti base a dicembre e 25 punti base a febbraio. È probabile che questo cambiamento nelle aspettative, così come l’aumento della propensione al rischio degli investitori, possa creare spazio per un rallentamento del dollaro sulle altre valute. A prova di ciò, l’euro si è apprezzato nei confronti del dollaro toccando quota 1,04. Gli Stati Uniti conseguentemente potrebbero vedere confluire un afflusso sempre più ridotto di capitali esteri; il biglietto verde, uno dei beni rifugio per eccellenza, potrebbe in futuro essere venduto in cambio di alternative a più alto rendimento. Inoltre con il rallentamento dell’inflazione statunitense, il 10 novembre l’azionario e il comparto obbligazionario hanno registrato un importante rally grazie al miglioramento delle aspettative sui tassi Fed. In conclusione, il dato dell’inflazione americana fa ben sperare gli investitori; sarà comunque importante non lasciarsi prendere dall’euforia, avere un approccio critico sulla lettura dei prossimi dati inflazionistici e monitorare costantemente la difficile situazione geopolitica in Europa. La strada per raggiungere l’inflazione target del 2% è ancora lunga, con un mercato del lavoro ancora troppo rigido e salari alti.

 

Fonti: Goldman Sachs, Milano Finanza, Il Sole 24 Ore, NS Partners

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 18.11.2022

  1. Panoramica macro
  2. L’inflazione americana fa ben sperare
  3. Il mattone cinese verso la ripresa

 

 

 

 

Disclaimer

Le performance passate non sono in nessun caso indicative per i futuri risultati. Le opinioni, le strategie ed i prodotti finanziari descritti in questo documento possono non essere idonei per tutti gli investitori. I giudizi espressi sono valutazioni correnti relative solamente alla data che appare sul documento. Questo documento non costituisce in alcun modo una offerta o una sollecitazione all’investimento in nessuna giurisdizione in cui tale offerta e/o sollecitazione non sia autorizzata né per nessun individuo per cui sarebbe ritenuta illegale. Qualsiasi riferimento contenuto in questo documento a prodotti finanziari e/o emittenti è puramente a fini illustrativi, ed in nessun caso deve essere interpretato come una raccomandazione di acquisto o vendita di tali prodotti. I riferimenti a fondi di investimento contenuti nel presente documento sono relativi a fondi che possono non essere stati autorizzati dalla Finma e perciò possono non essere distribuibili in o dalla svizzera, ad eccezione di alcune precise categorie di investitori qualificati. Alcune delle entità facenti parte del gruppo NS Partners o i suoi clienti possono detenere una posizione negli strumenti finanziari o con gli emittenti discussi nel presente documento, o ancora agire come advisor per qualsiasi degli emittenti stessi. I riferimenti a mercati, indici, benchmark, cosi come a qualsiasi altra misura relativa alla performance di mercato su uno specifico periodo di riferimento, sono forniti esclusivamente a titolo informativo.  Il contenuto di questo documento è diretto ai soli investitori professionali come definiti ai sensi della direttiva Mifid, quali banche, imprese di investimento, altri istituti finanziari autorizzati o regolamentati, imprese di assicurazione, organismi di investimento collettivo e società di gestione di tali fondi, i negoziatori per conto proprio di merci e strumenti derivati su merci, soggetti che svolgono esclusivamente la negoziazione per conto proprio su mercati di strumenti finanziari e che aderiscono indirettamente al servizio di liquidazione, nonché al sistema di compensazione e garanzia; altri investitori istituzionali, agenti di cambio e non è da intendersi per l’uso di investitori al dettaglio. Accettando questi termini e condizioni, l’utilizzatore conferma e comprende che sta agendo come investitore professionale o suo rappresentante e non come investitore al dettaglio. Informazioni aggiuntive disponibili su richiesta

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L’importanza dei salari nel contrastare l’inflazione

L’importanza dei salari nel contrastare l’inflazione

I prezzi del petrolio, del gas naturale, delle materie prime, dell’elettricità e dei cereali sono diventati parte della nostra vita quotidiana nel corso del 2022. Tuttavia, alcuni di questi sono scesi significativamente rispetto ai picchi di aprile e maggio, come il prezzo del Brent che è crollato del 25% dall’inizio di giugno a oggi. Allora perché i mercati e le banche centrali sono ancora molto preoccupati per l’inflazione? La risposta potrebbe essere rappresentata dai salari, specialmente negli Stati Uniti.

us wages inflation

 

Se analizziamo la componente di costo di beni e servizi, gli stipendi, negli USA, rappresentano la voce più influente, anche più delle materie prime. L’aumento dei salari spinge l’inflazione ed erode i margini aziendali. Osservando il grafico sopra riportato, possiamo notare che la retribuzione oraria media negli Stati Uniti, su base annua, è cresciuta del 5,20% al 31 agosto e l’indice del costo del lavoro è aumentato del 5,1% al 30 giugno. Inoltre, gli aumenti salariali tendono ad essere tra le componenti più durature dell’inflazione: una volta che i salari crescono, ci vuole un po’ di tempo per convincere sindacati e dipendenti ad accettare redditi inferiori. Perché i salari crescono così velocemente? La prima e più ovvia ragione è che i lavoratori vorrebbero mantenere il loro reddito, in termini reali, invariato. Il secondo motivo è che la domanda di lavoratori è molto alta negli Stati Uniti, con un’economia ancora in espansione da quando sono finiti i lockdown. Infatti, nel grafico si può notare che le offerte di lavoro sono alte e molte aziende sono disposte ad assumere nuovi lavoratori. Ricordiamo che con un tasso di disoccupazione attuale del 3,7%, tecnicamente, gli Stati Uniti stanno lavorando a pieno regime, considerando che la FED stima la piena occupazione al 4%. La terza ragione va ricercata nel fenomeno della “Great Resignation”, il quale si riferisce al gran numero di dimissioni verificatesi negli Stati Uniti durante ultimi 2 anni. Dunque, un tasso di partecipazione al mercato del lavoro più basso ha creato una mancanza di offerta, per cui le aziende sono costrette ad aumentare i salari per attirare i lavoratori. La paura del Covid, i programmi sociali generosi e le persone disposte ad andare in pensione prima sono le ragioni citate per spiegare questo tasso di partecipazione più basso. In sintesi, l’evoluzione dei salari è fondamentale per controllare l’inflazione, mantenere bassi i tassi d’interesse e mantenere i margini aziendali a livelli elevati. Per il momento, la stretta della FED diminuirà la domanda di lavoratori, ma è necessario un miglioramento sul lato dell’offerta per poter tornare a una crescita dei salari del 3% circa, che sarà più coerente con l’obiettivo generale della FED di un’inflazione intorno al 2%.

 

Fonti: NS Partners, Bloomberg

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 09.09.2022

  1. Panoramica macro
  2. L’importanza dei salari nel contrastare l’inflazione
  3. Le margin call del settore energy

 

 

 

 

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Inflazione: quali differenze tra usa ed europa?

Inflazione: quali differenze tra usa ed europa?

Le pressioni inflazionistiche rappresentavano un motivo di preoccupazione già prima dell’invasione russa ed ora sembrerebbe che possano persistere più a lungo nel tempo. Tuttavia, si osservi come l’inflazione europea presenti delle differenze rispetto a quella statunitense. A tal proposito, si osservino i valori dell’inflazione headline e core, con la prima che considera anche la crescita dei prezzi dei beni più volatili, come ad esempio l’energia, e la seconda maggiormente influenzata dal lato della domanda. Negli Stati Uniti, in particolare, l’inflazione è stata spinta da una forte domanda, con il PIL che aveva superato i livelli pre-pandemici già nel secondo trimestre del 2021.

A febbraio è stato registrato un +7,5% per la headline inflation, mentre il dato core, similmente molto elevato, ha segnato un +6% su base annuale. Infatti, nonostante le preoccupazioni per le tensioni geopolitiche, il Presidente Jerome Powell ha preannunciato che al prossimo meeting di Marzo la Federal Reserve dovrebbe comunque aumentare il costo del denaro ed ha dichiarato che verrà fatto tutto il necessario per contrastare le pressioni inflazionistiche. Inoltre, negli Stati Uniti sta incrementando anche il costo del lavoro in modo strutturale. Se guardiamo, invece, gli ultimi dati sull’inflazione europea, vediamo come l’headline inflation risulta più del doppio rispetto alla versione core: a Febbraio è stato registrato un +5,8% contro un +2,7% su base annuale. Solo i costi dell’energia, tra gli altri, hanno avuto un impatto superiore al +30%. Qui la crescita dei prezzi è data soprattutto dal lato dell’offerta e meno dalla domanda. Il PIL nell’Euro Zona è appena tornato ai livelli pre-pandemici, recuperando con ritardo rispetto agli Stati Uniti, e non si intravedono ancora significative pressioni salariali. Secondo alcuni analisti, inoltre, l’inflazione in Europa dovrebbe rimanere sopra al 5% almeno fino all’ultimo trimestre dell’anno corrente, con un impatto significativo che potrebbe ripercuotersi anche sulla crescita economica. Pertanto la Banca Centrale Europea, a differenza della FED, potrebbe mantenere le politiche monetarie espansive più a lungo del previsto. In questo contesto, dunque, preferiamo mantenerci cauti sull’outlook dell’inflazione e riteniamo opportuno che una piccola componente dei portafogli debba essere investita anche nelle commodities, con lo scopo di proteggersi da ulteriori indesiderati rialzi dei prezzi: due esempi potrebbero essere oro e rame.

 

 

Fonti: NS Partners Research, Bloomberg, Wall Street Journal, ecb.europa.eu, Il Sole 24 Ore

Di seguito l’ultima nota settimanale del nostro ufficio di Milano.

Nota settimanale 04.03.2022

  1. Panoramica macro
  2. Inflazione: quali differenze tra usa ed europa?
  3. La quotazione del petrolio sale a tre cifre

 

 

 

 

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